Perché diavolo stiamo parlando di religione in un articolo sul fantasy?

Sul Sinai è stata data la Legge: non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza.

Perché diavolo stiamo parlando di religione in un articolo sul fantasy?

Perché il fantasy è nato per motivi religiosi.

La letteratura fantasy nasce con due grandi libri che sono Il Signore degli Anelli e Le cronache di Narnia. I cui autori ci hanno scritto nero su bianco che loro stavano mettendo nei loro libri la spiritualità biblico evangelica che era rinnegata da tutte le altre parti che vuol dire questa famosa legge.
Facciamo un riassunto: gli ebrei erano usciti da quattrocento anni di schiavitù in Egitto.
Cos’era l’Egitto?
L’Egitto è una civiltà di tipo piramidale, non è un caso che gli egiziani quando costruiscono qualcosa la costruiscano a forma di piramide: La loro civiltà era una piramide, piramidale era la forma della struttura sociale. Il faraone aveva tutti i diritti, poteva fare quello che voleva, lo schiavo nessuno, nemmeno sopravvivere. Quando il faraone moriva, veniva seppellito in una piramide, appunto, costruita apposta per lui e veniva seppellito insieme ai suoi schiavi preferiti, che venivano seppelliti insieme a lui perché se il faraone si fosse svegliato alle due del mattino con il bisogno di una minestrina calda e una tazza di tisana ci voleva qualcuno che gliele preparasse.
Quindi immaginiamo lo schiavo quindicenne, pieno di salute, che, il faraone morto, doveva essere ucciso per essere messo a sua volta nella tomba. Nel suo sconforto lo schiavo poteva consolarsi pensando che ci guadagnava l’imbalsamatura. Il punto cruciale era l’imbalsamatura. Se la laringe veniva mangiata dai vermi perché nessuno s’era preso il disturbo d’imbalsamare il defunto quest’ultimo non poteva dire il suo nome all’ingresso del Regno dei Morti e non poteva entrarci.
Il defunto era Madre Teresa? Irrilevante. Quello che importava era l’imbalsamatura.
Se ti hanno imbalsamato e hai la laringe entri, altrimenti fuori.
Per altro la teologia di quelli che erano dall’altra parte del Mediterraneo non era molto diversa. Basta ricordare l’Iliade. Il padre di Ettore deve domandare ad Achille il cadavere del figlio perché se non viene seppellito secondo determinate regole non si entra nel regno dei morti.
La legge di Mosè è la legge – per citare Lewis, Le cronache di Narnia – dopo la quale nessuno può essere tanto miserabile da non poter avere una morte degna. Nessuno dei dieci comandamenti dice: devi essere seppellito. Nessuno dei dieci comandamenti dice: devi essere stato bello. Nessuno dei dieci comandamenti dice: devi essere stato ricco, devi aver vinto qualcosa. Tutto questo non ha importanza, ma soprattutto la legge è uguale per tutti, non c’è più una distinzione tra faraone e schiavo. L’uguaglianza degli esseri umani nasce lì. Noi la diamo per scontata perché abbiamo tremila anni di quella legge che arriva dall’età del bronzo. Ma al di fuori di quella legge quest’uguaglianza non c’è.
L’idea di andare dal Dio degli israeliti a dire:
«Scusate santità, io sono il faraone, l’imperatore, vero che io potrei … »
Davanti al Dio degli israeliti tutti sono uguali. La Legge è uguale per tutti. E l’altra cosa straordinaria di quella legge sono gli ultimi due comandamenti: non desiderare la roba d’altri e non desiderare la donna d’altri.
Non desiderare la roba d’altri non sta proteggendo la proprietà privata, nemmeno non rubare stava proteggendo la proprietà privata, stava proteggendo la mia anima dalla tentazione di rubare, perché se io mi di distraggo a guardare la sua sciarpa, la sua collana, il suo maglione, mi distraggo, non sto concentrata sulla capacità che è stata data anche a me, perché ognuno di noi ha il suo talento – la stessa cosa che c’è nel buddismo – di raggiungere le stesse cose. Non desiderare la roba d’altri, non desiderare la faccia degli altri, vorrei la faccia di Nicole Kidman e il sedere di Penelope Cruz e basta che trovi un chirurgo estetico un po’ bravino – me lo fanno vedere anche su Fox … che ci son delle robe, intervengono in venticinque e io potrei …. No.
Io devo stare concentrata su me stessa, su quello che mi è stato dato, fai meglio che puoi con quello che ti è stato dato, voglio la vita di un altro, perché gli altri sono ricchi e io sono povera?
Perché lui è nato sano e io sono nato malato?
Perché io sono stato deportato e agli altri hanno vite dove questo non è successo?
Non importa.
Stai concentrato su quello che hai.
Perché in ogni vita anche la più miserabile anche la più atroce ci sono le linee per poter raggiungere la gioia; se solo stiamo concentrati.
O ci sono le linee per poter raggiungere la disperazione.
Avete notato che ci sono dei disgraziati che hanno la terrificante sfortuna di essere belli, giovani, ricchi e amati: gli attori di Hollywood. Quindi non imparano mai ad aver a che fare con la sconfitta sono la categoria al mondo che ha il tasso più alto di suicidio, di catastrofe familiare, di suicidio indiretto: overdose oppure incidente stradale.
C’è un monaco buddista che mentre stava morendo di stenti in un tribunale cinese ci ha lasciato scritto: “questo non è un luogo di prigionia ma il luogo dove la mia mente si è fusa con l’universo e ha trovato l’estasi”.
Noi siamo sempre gli unici padroni della nostra mente.
Per quanto infinita sia la notte che mi circonda da tutti i lati io sono e resto l’unico capitano della mia anima.
In questo comandamento ci sono le istruzioni per la resilienza.
Cos’è la resilienza?
Resilienza è un termine che nasce dall’ingegneria, fonde resistente ed elastico.
Come si fa ad essere resilienti?
Tieni l’attenzione concentrata su quello che hai non su quello che non hai, non guardare quello che hanno gli altri tieni l’attenzione concentrata su quello che hai.
«Non ho niente»
«Stai respirando»
Tieni l’attenzione concentrata sul piacere di respirare.
Tieni l’attenzione concentrata sulla bellezza, ovunque tu sia, qualsiasi cosa tu stia facendo, cerca qualcosa di bello, tieni l’attenzione concentrata lì.

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Non desiderare la donna d’altri.

Non desiderare la donna d’altri.
«Perché lo dici ai maschi?»
Loro hanno il testosterone.
Noi gli estroprogestinici, robetta.
Il testosterone è dinamite.
Gli estroprogestinici vanno bene per l’istinto materno per cui anche adesso che ho sessanta anni quando passo davanti ad una vetrina di peluches mi fermo a guardarli dicendo:
«Che carini»
A mio marito e a mio figlio poche cose potrebbero interessare di meno.
Una donna normale pensa al sesso più o meno due volte al giorno quando abbiamo vent’anni, una volta al giorno quando ne abbiamo trenta, dai cinquanta in poi una volta su due abbiamo mal di testa.
Un maschio normale pensa al sesso tre volte l’ora, quindi è la sessualità maschile che andava imbrigliata.
Perché la sessualità maschile è qualcosa di meraviglioso, il corpo maschile è bellissimo, la sua potenza, la sua forza, ed è la cosa più bella del mondo quando un uomo e una donna si uniscono.
È scritto: “ Dio creò l’essere umano. Maschio e femmina lo creò. A sua immagine e somiglianza lo creò”.
Se Dio crea l’essere umano maschio e femmina a sua immagine e somiglianza Dio e sia padre che madre, ha in sé due principi e quando un uomo e una donna si uniscono lui raggiunge di nuovo la felicità assoluta per la sua interezza. Ma la sessualità maschile può essere anche la cosa più terribile e atroce che esista. Non desiderare la donna d’altri, non desiderare la donna che non ti ha scelto, non desiderarla nemmeno. Perché a me non è vietato?
Perché io ho gli estro progestinici!
Se nei quarant’anni in cui giriamo in tondo nel Sinai e facciamo Suez – Eilat – Sharm el Sheikh e, nell’altro senso, Sharm el Sheikh – Eilat – Suez, dopo aver governato le capre e i dromedari e i cammelli, che magari non ce li avevano, le capre sì, stiamo sulle capre, che quello è un dato certo, mi tiravo fuori dal giaciglio il lettore dvd e mi guardavo per la ventesima volta Fight Club, ma perché no, perché no, almeno sono un po’ eccitata e magari stanotte non ho mal di testa e ci divertiamo. Tanto se passa Brad Pitt io non ho la forza muscolare per imporgli la mia sessualità contro la sua volontà. Posso sempre sedurlo, perché io in tanga e push up faccio ancora la mia figura, ma in questo caso lui si assume la responsabilità di quello che sta succedendo. A me non è vietato desiderare chi non mi ha scelto, perché io non ho la forza muscolare per imporre la mia sessualità.
Chi sono gli altri? Non desiderare la donna d’altri.
Se noi siamo gli assiri gli altri sono i babilonesi, se noi siamo i russi gli altri sono i tedeschi. Se noi siamo i tedeschi gli altri sono i russi. Stiamo parlando del più terribile dei crimini: l’ordine è non osare toccare la moglie dello sconfitto, la mamma di Astianatte, la moglie di Ettore, è al sicuro.
Non desiderare la donna d’altri non sta vietando lo stupro: era già vietato in non commettere atti impuri. Sta vietando anche il solo pensarci perché la sessualità maschile è come un piano inclinato, dopo che è stata presa troppa velocità potrebbe non essere più in grado di fermarsi. C’è il rischio atroce che tolga alla donna la libertà di non sceglierlo. E fuori della libertà non c’è nulla, nessun amore è possibile, tutto muore nell’astio.
L’uomo è più forte di una donna. Questo è il motivo per cui, ci dicono, gli uomini tutti saranno giudicati dalle lacrime delle donne. La prima cosa pesata nel giudizio sarà il numero di lacrime che hanno fatto piangere, il quantitativo di dolore che hanno inflitto a una donna.
Il popolo di Israele attraverso il Sinai fu tolto dalla schiavitù, perché il destino dell’uomo è la libertà. E anche quello della donna.

Passiamo a Cenerentola, fiaba molto distante, arrivata dalla Cina

Passiamo a Cenerentola, fiaba molto distante, arrivata dalla Cina, nono secolo dopo Cristo. In Cenerentola possiamo vedere la paura che la matrigna massacri il bambino di lavoro.
In molte fiabe c’è anche una seconda paura: non c’è nessuno che abbia un fratello o una sorella che prima o poi non abbia avuto la paura che l’altro, l’altra sia più amato di lui. La prima storia che ci è stata raccontata dall’inizio del mondo contiene l’odio di Caino per Abele, il figlio più amato, ed è un odio talmente forte da essere omicida.
Dato che se “ mamma è sempre buona” è il primo tabù assoluto, “ i fratelli si amano” è il secondo. Che in realtà spesso possono odiarsi non si può dire e allora sono tutti fratellastri. In questo modo io, ascoltando la fiaba, posso esprimere le mie emozioni negative, il mio rancore contro mamma che non mi ama o non mi ama quanto vorrei o quanto meriterei, e ” quella scema di mia sorella, a cui mamma vuole più bene che a me e a lei il maglione glielo ha comprato”, visto che nella fiaba riesco a mettere queste emozioni negative, e così evito un’aggressività eccessiva nei confronti dei genitori, che potrebbe essere disastrosa.
E qui si arriva alla zucca: ortaggio ricco di vitamina A e C, buona anche per fare i tortelli. La zucca è assunta a dignità letteraria nella storia di Cenerentola, fiaba inno delle virtù femminili: bellezza, passività, arte del rammendo e stiro e masochistica capacità di portare scarpe piccole e scomode, con tacchi alti e come se ancora non bastasse di cristallo. Il cristallo è freddo, duro e fragile. E’ una tortura e non può essere usato per fare chilometri. Costringe e non protegge, come ogni buona dittatura. E’ il materiale degli specchi. Le scarpe di Cenerentola sono uno specchio, può specchiarsi nelle sue scarpe, se ha le scarpe di cristallo non può mai allontanarsi dallo specchio. Inchiodata sulle sue scarpe Cenerentola non potrà mai infischiarsene del proprio aspetto, avere i capelli negli occhi, i jeans macchiati. Viene consegnata a un’ eternità di perfezione.
Il cristallo è trasparente. Ogni imperfezione del piede di Cenerentola sarà esposto alla vista di tutti.
Chi riesce a mettere la scarpa più piccola del reame, oltretutto di cristallo, è capace di sopportare qualsiasi angheria e quindi candidata al ruolo di moglie ideale. Mentre Cenerentola è disperata e senza risorse, giunge la Fata Madrina che dice :- Bidibi bodibi bu: gli stracci diventano il vestito d’argento e la zucca il cocchio: eccetera eccetera e così Cenerentola può sposare il principe Azzurro, che è più o meno la stessa creatura insulsa della storia precedente.
La fata madrina è il sogno di molte: prima o poi arriverà e io potrò essere …
Come lo specchio di Crimilde, la fata madrina è un riconoscimento esterno, assolutamente necessario quando la nostra fede in noi stessi è troppo piccola per farci arrivare da qualsiasi parte più distante dello sgabuzzino delle scope. Apparentemente diversa da Crimilde, in realtà Cenerentola è l’altra faccia della stessa medaglia. Neanche qui la sessualità interessa molto. Il punto è fargliela vedere a loro, matrigna e sorellastre, chi è la meglio del reame, anche se qui c’è la lodevole necessità di dare le dimissioni dal posto di tuttofare. Al momento i Principi Azzurri sono terminati, le Fate Madrine hanno dato le dimissioni, le zucche sono state sequestrate per festeggiare Hallowen, quindi, a tutte le fanciulle disperate e senza risorse, resta l’alternativa di trovare un lavoro e comprare a rate un’utilitaria usata. Poi potranno salire sull’utilitaria, girare la chiave, partire e diventare Ulisse il viaggiatore. Non sarà un Principe Azzurro, ma un uomo, vero, quello che a un certo punto comparirà.

Sempre colpa e vergogna. Che diavolo c’entra con un corso sull’ottimismo?

sempre colpa e vergogna. Che diavolo c’entra con un corso sull’ottimismo? La via della felicità passa dall’etica. Nessuno può essere senza macchia, ma è possibile essere senza paura Quindi dove c’è stata colpa attraverso l’assunzione di responsabilità si arriva al riscatto. E dove ci sia vergogna senza colpa, bisogna imparare a riconoscerla per disinserirla.

A queste due vergogne, la vergogna per il fattore esterno, ho fatto la figura del pollo, sono grassa, e la vergogna per la colpa etica, fattore interno, ho ucciso, se ne aggiunge una terza, infinitamente più potente perché irrisolvibile se non si prende coscienza del meccanismo: la vergogna dell’innocente ingiustamente punito.
Ove ci sia colpa c’è punizione e quindi pena. Questa regola etologica regge il mondo di tutte le creatura non solitarie. Nessun sodalizio è in grado di durare senza leggi e nessuna legge ha un senso se non è prevista una sanzione per i trasgressori. Quindi dove c’è punizione, e pena, c’è stata colpa. Questo riflesso condizionato si forma nell’infanzia.
Il cucciolo non sa che non avrebbe dovuto rubare l’osso. Ignora che fosse una colpa. Lo scopre dal ringhiare della madre e nella punizione impara la vergogna. Senza questo micidiale addestramento continuerebbe a rubare anche dopo, nel branco, e potrebbe essere punito con la morte.
Dove non esiste la parola, è la punizione che comunica cosa è illecito. L’azione che ha preceduto la punizione era quella vietata, quella che genera la punizione e che quindi è degna di vergogna.
I segni della vergogna in un cane sono le orecchie basse e la coda tra le gambe. Quando il cane di casa ha questo atteggiamento in genere ha appena rubato qualcosa.
Questo riflesso condizionato è talmente potente da essere sinaptico, da essere cioè mediato non da uno svolazzante neurotrasmettitore ma dalla relazione anatomica, inscindibile, irreversibile, tra una cellula nervosa e un’altra.
Quando veniamo puniti deduciamo che c’è stata una colpa. Questo potentissimo processo assolutamente funzionale nel branco, diventa atrocemente disfunzionale dove il dolore sia inflitto senza colpa. I reduci dai campi di sterminio e le sopravvissute a violenze sessuali si vergognano.
Tutti gli affetti da malattie neuro muscolari si vergognano di cadere. Molti bambini quando si spiega loro che dovranno essere sempre più attenti perché cadranno sempre di più, protestano che
“ sono stati buoni”.
Chi è “ punito”, aggredito improvvisamente da una punizione totale, assoluta, inenarrabile, e ingiustificata oltre che da una paura costante, terribile, invalidante è atterrito da una vergogna totale, assoluta e inenarrabile: deve ben essere colpevole di qualcosa!
Come ogni buona dittatura sa, bisogna spezzare le persone e spezzarle subito. Se la paura impedisce la messa in atto di una ribellione, la vergogna rende impossibile anche solo pensarla.
L’intuizione della vergogna nell’innocente è spiegata ne I sommersi e i salvati di Primo Levi, che parla della suo iniziale stupore davanti alla violenza e alla ferocia apparentemente illogiche.
La vergogna dell’innocente punito manca nelle fiabe classiche, dove c’è sempre una causa esterna ai guai che passano l’eroe o l’eroina. Cenerentola non è più amata perché i suoi genitori sono morti ed è una scelta del padre che lei sia affidata alla matrigna. Biancaneve non è responsabile della cattiveria della matrigna. La Bella Addormentata nel Bosco non fa nulla per meritarsi i suoi guai. Anche Pelle d’Asino è una fiaba che chiarisce come l’intera responsabilità del proposto matrimonio incestuoso tra la principessa e il re sia di quest’ultimo, che vuole sposare la figlia. Le fiabe classiche osano parlare dell’incesto. E sono l’unica narrazione che ne dà una spiegazione corretta. la principessa è innocente.
(da il drago come realtà Salani)

E quindi è evidente che un libro sulla costruzione della felicità non possa non parlare di incesto, perché un grandissimo numero di bambine lo ha subito, e se ho questo nella memoria, come posso vivere nella serenità?
Occorre volerlo. Basta volerlo. Non siamo responsabili di cosa la vita ha messo nella nostra vita, siamo responsabili del nostro pensiero. Non esiste trauma che non possa essere superato. Coloro che ci dicono che se abbiamo subito un trauma dobbiamo prendere il Prozac per tutta la vita e fare psicoterapia per 15 anni vendono Prozac e psicoterapia. Chi ha subito abusi tenga l’attenzione concentrata sul fatto di essere viva. E’ sopravvissuta agli abusi, quindi è invincibile. Adesso costruisca la sua felicità giorno per giorno. Il passato non esiste più, è passato. Esiste il presente. E il futuro
Ci siamo mai sbucciati le ginocchia da bambini? Certo. Stanno ancora sanguinando? certamente no. La nostra norme è la guarigione. Anche per la psiche. La teoria del trauma: chi ha subito il trauma è ferito per l’eternità, sta creando invalidi, sta inchiodando la gente per sempre alla parte peggiore del proprio passato. Le vostre ginocchia sbucciate stanno ancora sanguinando? Volete passare ogni istante delle vostra vita a ricordare quanto è stato doloroso spaccarsi il braccio?
Per la nostra anime, come per le ginocchia, come per le ossa del braccio, la norma è la guarigione.

La tarantella

la tarantella nasce come musica sciamanica per curare i sintomi epilettoidi del morso della tarantola. In realtà i casi di persone morse dalla tarantola erano rari. Furono giudicati molto più frequenti perché sono simili i sintomi dovuti all’ingestione di segale cornuta. La segale infestata da un parassita aveva chicchi deformati da corna, ed era resa tossica dalla presenza di ergotamina, ma in epoca di fame la si mangiava lo stesso.
Ho fatto la prova. Questa tarantella mi fa stare benissimo. Questo fa parte delle monetine d’oro, che ognuno di noi deve tenere in tasca, cioè a portata di mano, le cose che ti fanno stare rapidamente meglio. Quello che mi fa stare immediatamente meglio è: La musica, questa tarantella, 4 passaggi della Messa di Requiem di Mozart, un paio di folie, un paio di cori di Verdi, il canone di Pachelbell e non sia mai che ci facciamo mancare Bach. Poi la luce delle candele, camminare, un paio di film che non mollo mai. Quando scrivo un libro sento ossessivamente per tutto il periodo la stessa musica, che fa da colonna sonora. I brani che ho elencato sono stati la colonna sonora della saga. La mia famiglia ringrazia per l’esistenza delle cuffie. Sentire sempre la stessa sequenza di musica per 8 anni lascerebbe chiunque perplesso.

http://www.youtube.com/watch?v=RD6khYNpnS4

I miei libri: Il drago come realtà

Nel mondo della psicanalisi tutti hanno parlato delle fiabe, a cominciare da Freud che ci ha spiegato come le fiabe non abbiano alcuna attinenza con la realtà. Ipotesi discutibile.
Le fiabe non conterrebbero nulla di reale se la psiche delle creature umane fosse incorporea. Questa psiche è contenuta in un corpo, ed è diverso se questo corpo è in un mondo di fame e disperazione, in una terra dove le madri sono trascinate verso i roghi e dove passano i lanzichenecchi, oppure se è in un posto in cui l’unico dubbio è “insieme al tè, ci facciamo i frollini o i biscotti al cioccolato?”. Nel primo caso la fiaba è Hansel e Gretel , nel secondo Winnie the Pooh.
In realtà la fiaba, narrazione fantastica senza alcuna pretesa di verosimiglianza, e soprattutto, nata dal basso, spontanea e anonima, proprio per il suo contenuto fantastico e per il lieto fine che c’è sempre, è in assoluto la narrazione che è più vicina alla realtà storica: è l’unica narrazione dove la realtà storica, di qualsiasi tipo, sia stata rappresentata.
Infiniti significati sono stati trovati nelle fiabe, ripetutamente riferiti in tutti i campi delle letteratura e della saggistica, da Fromm, Neuman, Alice Miller a Bettelhein a innumerevoli altri, come è giusto, perché il fantastico è un linguaggio universale, dove ognuno trova quello che sta cercando, come dentro alle macchie di un quadro astratto. Persino il Codice da Vinci si pronuncia in proposito: viene ipotizzato che nella fiaba di Biancaneve sia nascosta la Maddalena, principessa di sangue reale, madre di una stirpe divina, disconosciuta e perseguitata dalla Chiesa.
Le fiabe non contengono solo l’inconscio e i sogni: contengono anche la realtà, la vera fame, il vero dolore, la vera paura di poter essere veramente perduti, rubati, uccisi.
Tanto più un’epoca è atroce, tanto più lo sono le fiabe che ha prodotto o amato. Bisogna arrivare alla fine del diciottesimo secolo perché la miseria entri stabilmente nella storia della letteratura.
Nelle fiabe essa è da sempre uno dei protagonisti, insieme alla fame, alla paura, all’infanticidio, all’idea che i bimbi possano essere scacciati, allontanati, venduti, scambiati, abbandonati in un bosco buio dove un orco orrendo li mangerà per cena, a meno che una fila di sassolini che brillano sotto la luna li riporti a una casa dove nessuno li vuole. Noi non abbiamo idea di cosa sia stata sul nostro suolo la vita dei bambini.
Per l’insieme dei comportamenti stabiliti geneticamente Freud usa la parola “istinto”. E’ una bella parola, veloce e facile da capire, ma è un po’ gravida di sfumature oscure e pulsionali. La psicoterapia cognitivo comportamentale preferisce “sistema motivazionale”. E’ una terminologia meno incisiva e meno elegante, ma chiarisce come non ci sia mai nulla di oscuro e pulsionale.
C’è una motivazione precisa che ha o ha avuto il compito di favorire la sopravvivenza dell’individuo o dei suoi figli.
I sistemi motivazionali, vale la pena di ripeterlo, sono la maniera con cui noi ci relazioniamo con il mondo.
Il primo sistema motivazionale interpersonale che compare è la protezione della prole ed è gia presente nel sistema rettiliano. Quindi siate compassionevoli con le vostre madri che vi inseguono per domandarvi se vi siete messi la maglia di lana: stanno rappresentando l’emozione più antica che compare nel mondo, l’accudimento. L’accudimento scatta tutte le volte che ci sono caratteristiche somatiche infantili: occhi e testa grandi. Tendiamo ad accudire i nostri figli, i figli degli altri, gli appartenenti ad altre razze, soprattutto se cuccioli. Si può sempre adottare un gatto o due o quindici o in assenza di un alloggio idoneo si possono sempre lasciare gli avanzi davanti casa così da sfamare i randagi del quartiere. Tutte queste operazioni rientrano nell’accudimento.
Il piccolo si attacca a colui che lo accudisce: è l’attaccamento.
Nella creatura umana il parto è particolarmente difficile, doloroso e pericoloso. Alzandoci su due zampe abbiamo avuto la possibilità di dire « Io sono. Io sono perché penso.» ma abbiamo angolato il canale del parto, complicando l’operazione. L’abitudine a pensare ha aumentato le dimensioni del cranio e l’espulsione del feto si è ulteriormente complicata. E’ stato necessario l’aiuto di una levatrice. La levatrice è quindi una signora che aiuta le altre signore a partorire, ed è il primo medico che compare nella storia.
Le magagne del parto sono solo una delle iatture con cui l’umanità ha pagato la stazione eretta.
Quando i primi uomini sono scesi dagli alberi sono cominciate le varici alle gambe, le ernie inguinali l’artrosi cervicale e le magagne del parto.
E come è stato detto: quando paghiamo caro qualcosa che non ha prezzo abbiamo comunque fatto un affare.
Da “il drago come realtà” Salani

I miei libri: Il drago come realtà

Le madri alligatori sono semplici e brutali: se qualcuno tocca il loro piccolo lo fanno a pezzi. Il sistema comporta due vantaggi: il piccolo sopravvive e i brandelli del mancato aggressore sono immediatamente riconvertiti in merenda. Forte di idee lodevolmente poche quanto lodevolmente chiare, di artigli e zanne micidiali e di una mandibola che è la più potente in natura, l’alligatore mamma si candida trionfalmente al posto di madre ideale.
Disperso in giri e giri di circonvoluzioni cerebrali di un cervello enorme, prodigiosamente potente e con prodigiose possibilità di disfunzione, l’istinto materno umano, l’accudimento, periodicamente deraglia. Può capitare che una madre ammazzi il proprio bambino a picconate, che lo butti nella spazzatura, lo dia in pasto ai maiali. Può capitare, in effetti, è capitato qualche centinaio di milioni di volte, che le madri storpino i piedi alle loro bambine, storpino e amputino la regione perineale con mostruose amputazioni, che le anneghino in un secchio di acqua per la vergogna che siano femmine. Può capitare che una madre umana venda la propria creatura a un fabbricante di tappeti o un bordello, che la abbandoni nella strada. Può capitare che una madre consegni sua figlia a coloro che la lapideranno o suo figlio al marito re che lo farà sopprimere, perché non si avveri una profezia che non si avvererebbe, se solo tutti la ignorassero.
Una madre che non si ama, non riesce ad amare la sua creatura, soprattutto se è femmina.
Ogni madre trasforma l’impotenza in ferocia.
Una madre che ha conosciuto uno schema violento tenderà ripeterlo.
Una madre venduta, comprata, battuta, non riuscirà a comunicare il senso della vita perché non lo possiede.
Affidato a una madre debole, confusa, disastrosamente sfornita di zanne e artigli, non sempre fornita di denaro, dignità e libertà personale, reduce da un’infanzia che può essere stata problematica per un quantitativo di cause il cui numero rasenta e forse supera quello delle stelle in cielo, la vita di un bambino può diventare un inferno, un inferno assoluto quanto negato, il cui disperato eco è contenuto nelle fiabe.
A questo si aggiunge l’ambivalenza: l’amore assoluto può essere autentico e al contempo tingersi di aggressività. L’ambivalenza è un fenomeno impalpabile e sottile, che può essere presente anche dove le madri siano plurilaureate, i salotti luminosi e i bambini ferocemente voluti e amati.
Con la sua prepotente presenza, la sua costante necessità di attenzione, il bambino riempie tutta la vita della madre, che può ritrovarsi ad avere una nostalgia inconfessabile e spasmodica per una conversazione adulta, per la discoteca, il viaggio in moto, due capitoli di qualche cosa letti senza che nessuno venga a interrompere venti volte. In più la ridicola e risibile pretesa della pedagogia contemporanea che le madri siano sempre sorridenti, felici e che non sbaglino mai, ha spaventosamente aumentato la pressione.
Che mamma possa essere cattiva, una carogna, una vera iena, è un segreto che tutti conservano gelosamente chiuso nel loro cuore. Nelle fiabe, quindi, la mamma cattiva, che tutti almeno una volta si sono trovati sulla strada, viene nascosta nella matrigna, così che la mamma cattiva possa finalmente essere raccontata, possa essere messa in scena, continuamente sotto i riflettori, mentre contemporaneamente tutti continuano a far finta di non averla mai vista né conosciuta. Il padre è il re oppure l’orco. Il padre che è l’asse portante del Poema epico e del Fantasy, è poco presente nelle fiabe, che restano una narrazione materna, più indirizzata alle età dove il legame con la madre è ancora molto forte e molto esclusivo.

sempre da Il drago come realtà. ed Salani


Specchio specchio delle mie brame.

Specchio specchio delle mie brame. 

Se vado a letto dopo essere stata sgridata e ho l’impressione che mamma non mi ami, posso identificarmi con Biancaneve.
Di Biancaneve esiste più di una versione.
In questo momento la più universalmente nota è la riedizione cinematografica della Walt Disney.
Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Lasciamo stare Biancaneve. La vera protagonista è lei, Crimilde, la strega. Riassumiamo la storia.
La regina è bellissima e oltretutto, visto che sua maestà il re cortesemente ha tolto il disturbo passando a miglior vita, è anche il capo indiscusso della bottega, che è una monarchia non costituzionale, il meglio del meglio per chi non ami essere contraddetto. Crimilde potrebbe godersi il suo potere e il suo splendore, se non fosse per il tarlo. È lei o no la più bella del reame?
Perché questa è la trappola dell’anoressia. Non serve essere brava a scuola, bella, intelligente, ricca, quello che è. Bisogna essere la più, il numero uno, the best of the best, altrimenti si è equiparati alla spazzatura. E poiché, come tutte le sofferenti di schemi ipercompetitivi, Crimilde non ha capacità autovalutative, il suo valore non è in grado di stabilirselo da sé, deve basarsi su una valutazione esterna, e (in assenza di bilance, settimanali femminili, la piccola posta di cosmopolitan, eventuale fidanzatino astenico, a volte culturista, ma sempre asessuato e depilato, migliore amica )si rivolge allo specchio.
Come spesso succede al valutatore esterno ( per le più belle del reame, sempre, la migliore amica e la peggio nemica coincidono nella stessa persona), lo specchio è una carogna e mente. Non è vero che Biancaneve è più bella. Solo un’agenzia di collocamento per collaboratrici familiari potrebbe avere un qualche interesse per quest’oca giuliva che fa i lavori di casa cantando, fischiettando e saltellando. Ma la regina ci casca e vuole distruggere Biancaneve che scappa dai sette nani, figli di genitori tossicodipendenti e alcolizzati, visto i nomi che gli hanno scelto. E dato che sono piccoli di statura, anche se hanno settant’anni e la barba bianca, Biancaneve parla loro come fossero bimbi chiedendo se si sono lavati le manine.
La regina decide di distruggere Biancaneve fa il supremo sacrificio: la sua bellezza, come puntualmente fanno le giovani donne che soffrono di anoressia e che accettano di diventare mostri. La sessualità non c’entra. Biancaneve e la strega non si battono per lo striminzito principe azzurro che sembra la pubblicità di un borotalco e che viene aggiunto sul finale tanto per concludere la storia . Lo scopo, l’unico scopo per cui vale la pena di battersi, distruggere, soffrire e morire è essere il meglio del meglio in qualche cosa, perché il posto di numero uno è l’unico dove questa crudele e povera creatura disperata ha l’impressione di poter esistere.
Quando avanziamo un po’ nella scala biologica – quindi siamo nel sistema limbico, quello dei mammiferi, abbiamo superato i coccodrilli – ci si unisce in un branco, ed è fondamentale stabilire chi sia il più in gamba, perché il fatto che il branco sia guidato dal più in gamba può salvare la vita a tutti: il fatto che le anatre vadano dietro a quella che sa in che direzione andare, che ha abbastanza forza da essere sempre in testa, può salvare la vita a tutte quante.
Il sistema competitivo è in ognuno di noi, anche in quelli che lo negano. La nostra capacità sta nel disinserire il sistema competitivo quando non serve, perché altrimenti diventiamo ipercompetitivi. L’errore è usare il sistema competitivo nella maternità o nel diventare genitori.

I bambini devono essere amati. Questo è il punto cruciale, la base, il fulcro della psicologia cognitivista, e anche della vita. E’ un’informazione talmente grande e talmente ignorata che vale la pena di ripeterla ancora.
Freud riteneva che il bambino si attacca alla madre solo perché lei lo nutre. Non è vero: in bambino viene al mondo vendo già un sistema motivazionale, avendo già stampato nei cromosomi e nel sistema limbico che qualcuno dovrà amarlo, non solo nutrirlo. Il padre e la madre devono essere per il bambino una base sicura.
Già dall’età di poche ore il bambino impara a riconoscere la madre dall’odore, e quando ne è allontanato la sua ansia diventa devastante. In ogni bambino adottato, anche se meravigliosamente adottato, anche se moltissimo amato, c’è il lutto della perdita della prima madre.
L’abitudine nei ceti abbienti di dare i bambini a balia, fino alla metà del secolo scorso, causava
Uno struggente doppio abbandono.
Anche l’abitudine di molti dei nostri reparti di maternità di sequestrare il neonato e rinchiuderlo in una culla senza movimento, senza l’odore della madre e senza la sua presenza è una barbarie.
Noi non ci eravamo resi conto che i bambini vanno amati.
grado di accudire e che a sua volta aveva la stessa reazione disperata.
Ai bambini noi dobbiamo volere bene: la coscienza di un bambino nasce solo nella nostra attenzione, la personalità di un bambino nasce solo nella nostra benevolenza, nel senso letterale del termine: voler bene
Torniamo a Biancaneve: la regina che dice “io devo essere la più bella del reame”, non bella, la più bella del reame. “La più bella” è una situazione drammatica, perché io posso esserlo solo se tutti gli altri sono più brutti di me, quindi, se devo essere assolutamente la più bella, posso arrivare a uccidere gli altri che sono più belli di me.
E qui abbiamo in maniera perfetta la situazione dei disturbi elementari psicogeni, soprattutto l’anoressia, malattia che può essere causata da una ipercompetitività familiare, ma anche da una ipercompetitività sociale: non è sempre e solo colpa dei genitori. L’ipercompetitività familiare si ha quando la madre compete con la figlia perché la madre deve essere la più bella del reame, quando ci sono i sistemi ipercompetitivi. Finché la figlia ha otto anni, non c’è problema: la madre può sentirsi la più bella e essere la madre del meglio del meglio, prima della classe, carina da matti, e soprattutto prima al corso di danza o di pattinaggio artistico, eccezionalmente di sci.
Nel momento in cui la bambina di otto anni che dice sempre “sì, mamma”, supera le mestruazioni e di anni ne ha quattordici, quindici, sedici, il problema diventa irrisolvibile, perché a questo punto non è più una bambina, è una donna, e la madre non può essere contemporaneamente la più bella del reame e la madre della più bella del reame, perché se lo la bambina, non lo è la madre. E allora ci sono situazioni strane: la ragazzina che è continuamente aggredita da mamma, che comincia a decidere di pesare 30 chili o 140, è la stessa cosa.
E’ importante che i genitori non competano mai con i loro figli. E’ fondamentale che un genitore sia autorevole. Per un bambino è angosciante un genitore che non sia in grado di metterlo a letto a un’ora decente. Ancora più angosciante un genitore che si lascia insultare o prendere a calci.
L’autorevolezza e la competitività sono due cosa assolutamente diverse.
Il nostro compito di genitori è mettere al mondo dei figli che ci superino nell’arte di vivere il più felici possibile; il genitore deve avere un figlio che se vuole ha il diritto di superarlo, se è un buon genitore; il maestro, se è un buon maestro, deve avere un allievo che se vuole ha il permesso di superarlo.
Quando i nostri bambini hanno due anni, noi dobbiamo farci battere da loro alla corsa, oppure a braccio di ferro. Quando ne hanno quindici dobbiamo farci battere nelle discussioni.
I nostri figli devono batterci, noi non dobbiamo competere sessualmente coi nostri figli. Un ragazzo di vent’anni ha diritto di avere in casa un padre che assomigli a un cinquantenne, che non sia iperpalestrato, iperabbronzato, possibilmente abbia un po’ di pancia. Stesso discorso per la madre.
È un problema che prima non c’era: i cinquantenni e le cinquantenni erano gente decrepita, ma con la chirurgia odontostomatologica, la migliore alimentazione, l’attività fisica, il fatto che siano diminuiti i lavori usuranti e che quelli usuranti che ci sono ancora sono meno usuranti, ora sono sempre in pista. La prima cosa che veniva compromessa erano i denti e i cinquantenni e i ventenni si distinguevano a colpo d’occhio. Oggi la chirurgia estetica e la cosmesi possono dare a genitori e figli l’aspetto di quasi coetanei, sicuramente di concorrenti. E’ una delle peggiori conquiste della medicina.
La matrigna di Biancaneve rappresenta anche se stessa, la matrigna appunto. Adesso viviamo in un’epoca in cui la morte di una donna di parto, è un evento eccezionale a livello nazionale.
In altre epoche quando una donna stava per partorire le veniva somministrata l’estrema unzione. Quindi il terrore di tutti i bambini era la morte della madre, che lo avrebbe consegnati a una matrigna che avrebbe diviso il pochissimo cibo e le moltissime botte in maniera drammaticamente disuguale tra i figli di primo letto, cioè io, e i figli di secondo letto.
I nani hanno una funzione metaforica, sono un mondo piccolo. Il nano è basso e ci ricorda quanto sia angosciante per un bambino trovarsi sempre con gente più alta di lui. Nelle ultime pagine de Il Signore degli anelli, Sire Aragorn fa dono agli Hobbit il divieto a qualsiasi essere umano alto, incluso se stesso, di andare nel loro mondo, perché non possa più succedere che la loro fragilità sia in balia di qualcuno quattro spanne più alto. , se io mi trovo di fronte uno così tanto più alto di me, è angosciante. Già che ci siamo, fermiamoci tutti a pensare che cosa deve essere per un bambino di quattro anni vedere mamma o papà furioso come una iena, che urla. È come se io mi trovassi di fronte uno alto fino al soffitto, non ho neanche nessuno da cui farmi soccorrere perché quello che mi deve soccorrere è quello che mi sta davanti…
Quindi la strega, l’orco sono papà e mamma quando sono fuori dai gangheri. La matrigna è anche la matrigna, la paura della matrigna è la paura della matrigna, e il nano è, da un punto di vista metaforico, un mondo piccolo, un mondo bambino fatto solo da bambini, dove tutti siano alla mia altezza, dove rifugiarmi e trovare conforto dalle aggressioni degli adulti. Ma il nano rappresenta anche sé stesso, cioè persona affetta da acondrodisplasia in termine tecnico, che lavorava in miniera, perché le miniere erano basse e quindi il nano ci passava. Ma nelle miniere, che sono state la migliore imitazione dell’inferno data mai dal mondo lavorativo, c’erano anche i bambini.
Il divieto ai bambini di scendere in miniera è del 1860. C’erano i bambini, e quello era l’altro incubo: quando la matrigna, fuori da tutte le grazie di Dio, diceva “hai mangiato troppo pane, ti vendo alla miniera”. Allora questa storia di Biancaneve era l’unica consolazione: nel buio della miniera i diamanti avrebbero brillato e prima o poi sarebbe passata lei, Biancaneve, la principessa perseguitata a prenderli per mano e a portarli via.

Le fiabe devono essere violente perché contengono il dolore e la vergogna.

Le fiabe devono essere violente perché contengono il dolore e la vergogna.
La vera narrativa infantile è nata con le fiabe, racconti inizialmente orali, che solo in un secondo tempo, opportunamente raccolte e rielaborate, hanno raggiunto la dignità scritta. Le fiabe non erano solo per i bambini, anche gli adulti le amavano. Nelle grandi descrizioni dei vestiti delle principesse, dei palazzi reali, anche le persone che vivevano nei più sperduti villaggi, che non avevano mai visto un palazzo in vita loro, non avevano mai visto il re, un vestito.
La fiaba era un sistema per creare una realtà alternativa.
La raccolta più antica è il Cunto de li Cunti del napoletano Basile (1635), quelle più note sono I racconti di Mamma Oca del francese Perrault (1697) e le Fiabe per bambini e famiglie dei fratelli Grimm, tedeschi (1812), cui si sono aggiunte, nel 1956, le Fiabe Italiane di italo Calvino. Se i sistemi motivazionali che rendono travolgenti il poema epico e il Fantasy sono l’affiliazione al gruppo e la difesa del territorio, la fiaba si muove nell’accudimento e nell’attaccamento: prenderci cura di chi è più piccolo di noi; avere cura da chi è più grande di noi.
Ci dice Vladimir Propp. (Morfologia della fiaba. 1928), il primo studioso che si occupa di fiabe, che la fiaba non esisteva nel mondo greco e latino. Non ne abbiamo nessuna traccia scritta: è ragionevole dedurre non ce ne fossero. Le fiabe compaiono ben dopo il crollo dell’Impero romano.
Greci e latini avevano anche una pittura e una scultura fantastiche: non ci hanno mai lasciato una sola statua o statuina di una donna incinta o che allattasse, però visto che sappiamo con sicurezza che non si riproducevano per gemmazione, dobbiamo dedurre che non rappresentavano il mondo della maternità e della prima infanzia perché non lo ritenevano degno di rappresentazione.
A Sparta madre e figlio non facevano nemmeno parte della società civile: un bambino, essere inferiore, fino a sette anni stava con mamma, altro essere inferiore, e si facevano compagnia.. A sette anni, quando cominciava a diventare una creatura umana vera, andava con papà. Dalle altre parti non andava molto meglio. Ad Atene la condizione femminile era ancora meno libera che a Sparta
Che le fiabe non esistessero è inverosimile: non è pensabile che le madri greche e romane mettere a letto i loro bambini parlando di storia e filosofia. Avranno sicuramente avuto dei racconti fantastici, che però non ci sono arrivati perché le donne, i bambini e il loro mondo non appartenevano al mondo alfabetizzato, quindi le loro fiabe non sono state scritte e si sono perse in una quotidianità considerata indegna di essere tramandata. Perché qualcosa diventi storia non è sufficiente che sia successo. Deve anche essere stato raccontato: scritto, dipinto o scolpito.
Tutto quello che non è diventato narrazione si è perso, e possiamo solo ipotizzarlo.
Con il Cristianesimo la maternità diventa per la prima volta un tale valore da essere ovunque rappresentata. La Madonna con il Bambino nel Milleduecento siede rigida sul suo trono, impara a sorridere verso il Millequattrocento e fa l’ultimo dono della bellezza delle sue lacrime mentre tiene tra le braccia il Cristo ucciso nelle Pietà.
La maternità entra nel raccontato.
Le fiabe escono lentamente dal silenzio. Qualcuno le raccoglie e le scrive, perché diventino storia.

Fino al diciannovesimo secolo la fiaba è nata tra la gente, non si sa bene dove, poi si trasmette da nazione a nazione, cambiando sempre, ma restando fondamentalmente uguale a se stessa.
Fino al diciannovesimo secolo la fiaba è una narrazione sufficientemente breve da poter essere raccontata.
Nell’ottocento la rivoluzione industriale ha permesso di abbattere l’analfabetismo, come in passato era stato sognato solo nelle più deliranti utopie.
Abbiamo quindi avuto fiabe nate scritte, con un preciso autore. Ne abbiamo avute e centinaia, forse migliaia, non eludo decine di migliaia, dato che non è pensabile tenerne il conto. Quelle che non contenevano l’immaginario collettivo, anche nei casi in cui erano bellissime, hanno vivacchiato e sono scomparse, senza lasciarsi nulla alle spalle, quindi ci limiteremo alle celeberrime: le fiabe di Andersen.
La capacità di leggere permette inoltre anche una narrazione non orale: un libro, un libro così lungo che se ne legga un capitolo alla volta, che non sarebbe possibile riassumere e raccontare. Nascono innumerevoli romanzi fantastici: gli archetipi, gli eterni sono Pinocchio e il Piccolo Principe.
C’è un ultimo autore, cupo, spesso incomprensibile, la cui ombra si è allungata sui ponti di Praga, nei luoghi che erano stati del Golem e su cui sarebbero poi passati i convogli per il campo di sterminio di Terezin.
Kafka è autore di fiabe atroci e senza risoluzione.
Qualsiasi trattazione sulla fiaba sarebbe incompleta senza la trasformazione di un uomo in scarafaggio dopo una notte di sogni inquieti.
La potenza della narrativa fantastica fiabesca è quella di contagiare emozioni. Noi siamo terrorizzati con Biancaneve nella sua fuga, la nausea ci prende alla gola davanti all’immagine sanguinolenta del cuore tolto da una cerbiatta, ma che sarebbe dovuto essere strappato alla principessa. Ci indigniamo per l’ingiustizia delle ginocchia di Cenerentola sul pavimento da strofinare come se fossero le nostre.
a Possiamo definire le emozioni come stati mentali mediati dai neurotrasmettitori. I neurotrasmettitori sono più o meno come lettere: con una ventina di lettere, componiamo un numero quasi infinito di parole, mischiando e modulando i neurotrasmettitori moduliamo un numero infinito di emozioni.
I neurotrasmettitori non agiscono solo sul sistema nervoso, ma anche sul sistema endocrino e su quello immunitario. I rapporti sono studiati da una nuova scienza che prende il nome di PNEI; psico neuro endocrino immunologia. Modificandone le emozioni, modifichiamo tutto lo stato di un organismo.

Le emozioni più facilmente forti sono quelle negative: paura, collera e vergogna.
Per avere un’emozione positiva altrettanto travolgente della banalissima collera davanti alla nostra auto bollata al parcheggio da un anonimo pirata, abbiamo bisogno di uno stadio con la nazionale che vince.
E ce un’altra emozione, ancora più elementare, il dolore, puro e semplice di non essere amati, cui si aggiunge la paura di non essere amato, la collera per non essere amato e la vergogna per non essere degno di amore.
Le possibilità di sofferenza nell’infanzia umana sono infinite. Le possibilità per un bambino di provare collera, vergogna o paura sono altrettanto illimitate.

I miei libri: Il drago come realtà

Le fiabe hanno protagonisti fantastici e magici, sono più lunghe delle favole, ma non devono superare lo spazio di un pomeriggio passato accanto al fuoco e, soprattutto, quello di una sera, perché il loro compito principale è riempire il “ prima di andare a letto”, così che il bambino possa scivolare nel sonno cullato dalla voce dell’adulto, senza che i mostri che vivono dentro al buio possano disturbarlo. Nelle fiabe ci sono lunghe descrizioni e parti ripetitive. Vari personaggi ripetono tutti le stesse azioni oppure lo stesso personaggio ripete la stessa azione più di una volta: in genere la ripetizione dove succede l’evento risolutivo è la terza, più raramente la seconda o la settima. Queste parti quasi rituali nella loro ripetitività, che sarebbero eccessive in qualsiasi altro tipo di narrazione, servono proprio a diminuire le funzioni dell’emisfero di sinistra e permettere all’ascoltatore di scivolare nel sonno. I due emisferi cerebrali, benché simili dal punto di vista anatomico, sono altamente differenziati dal punto di vista funzionale.
L’emisfero sinistro, dominante, può essere paragonato a un codificatore- decodificatore della realtà socio-culturale in cui l’individuo si forma e vive. L’emisfero sinistro fondamentalmente funziona secondo un codice binario, emette risposte veloci, possiede le aree specifiche del linguaggio. L’emisfero destro ha risposte più lente, dato che integrano più aree cerebrali; non ha specifiche aree del linguaggio, ma percepisce la gestualità, il tono di voce, e tutto quello che fa parte della comunicazione non verbale. Una volta che l’emisfero sinistro ha decifrato le parole che costituiscono la fiaba è l’emisfero destro che immagina il bosco verde, con il cappuccetto rosso della bimba seguita dal lupo nero. La “messa a riposo” dell’emisfero sinistro dalle ripetizioni permette al destro di prendere temporaneamente la dominanza. Questo crea una situazione privilegiata per la comunicazione tra mente corpo essendo i rapporti tra sistema nervoso centrale, sistema simpatico e sistema immunitario (neurotrasmettitori, neuropeptidi, ormoni) lateralizzati in favore dell’emisfero destro. Durante il racconto della fiaba il bimbo raggiunge una fase quasi di trance durante la quale c’è una produzione di endorfine molecole in grado di combattere il dolore e rinforzare il sistema immunitario. Una fiaba raccontata bene può risolvere qualche piccolo malanno.

I mostri che vivono dentro al buio sono la paura di non essere amato, il rancore per non essere amato, la gelosia perché altri sono o ci sembrano amati più di noi.
I mostri sono inconfessabili. Le emozioni non sempre sono permesse ai bambini, soprattutto a quelli che più avrebbero ragione di averne: quindi è opportuno nasconderle dentro una fiaba, provarle per interposta persona, identificandosi con il personaggio principale.
La fiaba è un posto protetto, reso tale dall’ambientazione fantastica e dal lieto fine, dove diventa possibile sperimentare le emozioni negative, senza il timore di venirne travolti, senza il rischio che da quelle stesse emozioni siano travolte le relazioni fondamentali della vita, quelle senza le quali vivere perde di senso o, molto più semplicemente, non è materialmente possibile.
Un bambino che manifestasse la sua collera a un genitore collerico potrebbe correre il rischio di essere ucciso o abbandonato. Potrebbe essere amato di meno. Potrebbe mettere in crisi il proprio genitore e renderlo più fragile.
Meglio nascondere la rabbia contro una madre ingiusta o crudele nell’astio contro la matrigna di Cenerentola, quella contro un padre despota e manesco nell’astio contro l’orco di Pollicino.
La paura è l’emozione più antica. Completamente priva di qualsiasi rudimento di sistema nervoso, l’ameba, meccanismo unicellulare, mostra un comportamento che dimostra la paura. Se le avvicinate la punta di uno spillo, l’ameba si sposta: ne ha paura.
Senza la paura la nostra sopravvivenza non sarebbe possibile.

Sempre Il Drago come realtà Salani